Il paesaggio
Quattro gradini verso il mare
Fra il Gargano e l’Adriatico il terreno non scende di colpo. Scende a gradini: un altopiano di calcare, due terrazzi di sabbia, e in fondo una piana che quarantamila anni fa era ancora mare aperto. Ogni gradino è più basso e più giovane del precedente, e ognuno offriva alle comunità che vi si insediarono una roccia diversa, un’acqua diversa, un suolo diverso.
Sono le quattro unità di paesaggio entro cui lavora il NACS. Riconoscerle è il primo passo per leggere qualsiasi carta di distribuzione del progetto: un sito su un altopiano carsico e un sito su una duna olocenica non possono essere confrontati come se stessero sullo stesso terreno.
Perché 300 km² e non i 5 km della piana costiera
Il Piano Paesaggistico della Regione Puglia definisce piana costiera del Tavoliere una fascia stretta: circa 40 km lungo il golfo di Manfredonia, dalla periferia della città alla foce dell’Ofanto, profonda in media non più di 5-6 km verso l’interno. Per una ricerca archeologica quel perimetro è troppo piccolo, per due motivi.
Il primo è che la costa si è mossa. Durante l’Olocene, con la risalita glacio-eustatica, la linea di riva è migrata più volte prima di assestarsi dov’è oggi. Limitarsi alla piana bagnata dall’Adriatico significherebbe perdere sistemi socio-ecologici che erano costieri, o paralitoranei, e che oggi si trovano anche a dieci chilometri dal mare.
Il secondo è che nessuna costa vive da sola. Gli abitati del litorale sono stati costruiti in stretta interrelazione ambientale, insediativa e produttiva con l’entroterra immediato: separarli è un taglio amministrativo, non storico.
Il macro-contesto di indagine è perciò un areale di circa 300 km², esteso a nord fino a comprendere parte del terrazzo meridionale del Gargano, e a ovest e sud fino alle ultime propaggini dei terrazzamenti quaternari del Tavoliere, là dove sfumano verso la piana.
Elaborazione R. Goffredo · base: carta geologica e DEM Nord Apulia
Sezione schematica, non un transetto reale: le quattro unità sono ordinate per quota e per età, dalla più alta e antica alla più bassa e recente. Esagerazione verticale ≈ 50×.
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Altopiano di Manfredonia
Il gradino che separa la piana dal Gargano. È un plateau carsico grossomodo triangolare: la punta più meridionale arriva al rilievo di Monte Aquilone, e i due lati degradano uno verso il torrente Candelaro, l’altro verso il golfo.
Il mare, prima, e pioggia e vento, poi, lo hanno rimodellato: la superficie è appena ondulata e tagliata da strette incisioni orientate W-E, la prosecuzione dei valloni più ampi e profondi che scendono dal terrazzo superiore, quello di San Marco in Lamis e San Giovanni Rotondo. Sono i canali di drenaggio dell’altopiano, e oggi il suo elemento di maggior valore ambientale ed ecologico.
- Roccia
- calcari mesozoici, calcareniti
- Età
- la più antica delle quattro superfici
- Oggi
- oliveti e mandorleti in fascia continua ai piedi del versante; più a sud un mosaico di steppe pedegarganiche, pascoli permanenti e seminativi. Numerose cave di pietra calcarea e di calcarenite, in gran parte non più attive
Piano di Amendola e terrazzo dell'Incoronata
Il piano di Amendola è la superficie terrazzata più alta e più antica del Tavoliere, e si allunga da W-NW verso E-SE. Affiorano sabbie e arenarie di ambiente marino, ed è questa la chiave per leggerlo: è un lembo relitto di terrazzo marino, formato quando il mare penetrò in profondità verso l’entroterra, e poi rimodellato dagli agenti atmosferici e dall’erosione fluviale.
Procedendo verso sud, all’altezza del settore centrale del golfo, si apre l’ampia superficie terrazzata dell’Incoronata, più bassa e più giovane, formatasi durante le fasi di alluvionamento del tardo Pleistocene. Sta immediatamente sopra la piana costiera, e ne è separata da una scarpata ancora ben leggibile sul terreno.
- Roccia
- sabbie e arenarie di ambiente marino
- Età
- Pleistocene medio (Amendola); tardo Pleistocene (Incoronata)
- Oggi
- seminativi quasi ovunque sul piano di Amendola; sulla piana terrazzata sottostante un mosaico agrario più composito, seminativi con arboreto da frutto e vigneto
Superficie di accumulo di Cerignola
Il terrazzamento fra la valle dell’Ofanto e quella del Carapelle: una specie di raccordo fra i rilievi del Subappennino e la piana costiera attuale. La sua forma è un archivio delle oscillazioni del livello del mare: dal Pleistocene medio in poi il mare è salito e sceso più volte mentre la regione si sollevava, e ogni fase ha lasciato il segno.
Nel settore che interessa il NACS, quello nord-orientale, la litologia dominante è sabbiosa e il paesaggio assume l’aspetto piatto tipico del Tavoliere. Lo solca un reticolo fitto di corsi d’acqua minori, le marane, che scorrono in vallecole dagli argini non definiti: non le vedi finché non ci sei dentro.
- Roccia
- sabbie (settore nord-orientale)
- Età
- modellata dal Pleistocene medio in poi
- Oggi
- mosaico agrario denso e parcellizzato, con prevalenza di vite e olivo, e sporadici frutteti e campi a seminativo
Piana costiera
L’unità più giovane, e l’unica che si sia formata interamente dopo l’ultima glaciazione. È il risultato dei processi di sedimentazione avviati dal sollevamento postwürmiano del livello marino, che inondò parte della piattaforma del Tavoliere e le valli incise dai fiumi.
Il numero da tenere a mente è questo: durante l’ultima glaciazione la linea di costa stava oltre 70 km più al largo di quella attuale. Poi cominciò ad arretrare. Fra il Gargano e le Murge si formarono cordoni dunali, e dietro di essi, verso l’interno, delle lagune.
Quelle lagune non sono mai state stabili: dalla loro formazione in poi hanno conosciuto cambiamenti profondi, sotto la spinta delle variazioni climatiche, del regime dei corsi d’acqua e, per ultimo, dell’intervento umano.
- Roccia
- depositi alluvionali, sabbie dunali, depositi di colmata
- Età
- Olocene: la più recente delle quattro
- Oggi
- maglie regolari dell’appoderamento della bonifica, cordone dunare ancora preservato verso il mare, aree umide residue (Lago Salso, saline di Margherita)
La laguna che non c'è più
Per tutto l’Olocene la costa a ovest del golfo è stata occupata da un’unica laguna continua, che arrivava a sud fin quasi alla foce dell’Ofanto e a nord fino all’altezza dell’attuale Lago Salso. Quanto si estendesse verso l’interno, non lo sappiamo ancora.
Quello che segue è la sua storia per come la raccontano, oggi, i carotaggi, i sedimenti, le analisi paleobotaniche e le datazioni al radiocarbonio avviate con sistematicità nel golfo solo nell’ultimo decennio. È un quadro preliminare, e alcune fasi restano dibattute.
VI millennio a.C.
Quasi una spiaggia. La laguna è ancora poco protetta dai cordoni sabbiosi e fortemente influenzata dal mare, soprattutto nel comparto settentrionale, l’area del Lago Salso. Alla base delle sequenze dei carotaggi SALS01 e SALS02 ci sono depositi marini di sabbie fini e grossolane, con abbondanti resti di molluschi e accumuli di Posidonia oceanica: un ambiente aperto, forse addirittura non ancora schermato dalle mareggiate.
fine VI – metà V mill. a.C.
Una svolta climatica. Netta transizione verso condizioni caldo-aride, con ripercussioni di lungo corso sull’area umida costiera. Gli esiti sono ancora discussi.
Neolitico finale – Eneolitico
Due letture a confronto. Secondo alcuni modelli la laguna diventa qui un ambiente di tipo sabkha, quasi del tutto isolato dal mare dai cordoni dunari. Le indagini più recenti correggono il quadro e ne mostrano la diacronia: il settore meridionale era già in recessione all’inizio dell’Eneolitico, ma a nord, nell’area del Lago Salso, una laguna chiusa e a bassa energia non si forma prima della fine del III o degli inizi del II millennio a.C.
Alla stessa fase risale una sensibile contrazione della copertura arborea della fascia costiera, in concomitanza con un ulteriore deterioramento climatico dall’impatto molto diversificato a scala micro-regionale. L’apertura del paesaggio prosegue poi nell’età del Bronzo, favorita anche dall’uomo.
II millennio a.C.
La laguna comincia a spezzarsi. I carotaggi fra località Giardino e Monte di Salpi documentano il ritiro e l’isolamento del tratto più meridionale: al suo posto avanza una piana alluvionale con ristagni d’acqua dolce o debolmente salmastra, alimentati ormai dai fiumi e non più dal mare.
All’estremità settentrionale il processo è molto più lento. Presso Coppa Nevigata, oggi a 5 km dalla costa, il bacino resta salmastro, protetto ma ancora collegato al mare, quasi fino alle soglie dell’età del Ferro.
entro il I sec. d.C.
Due laghi al posto di uno. L’avanzamento della piana deltizia di Cervaro e Carapelle separa la grande laguna unitaria in almeno due macro-bacini distinti: il Lago di Salpi a sud e il Lago Salso a nord.
età imperiale → VII sec. d.C.
Il delta continua ad avanzare. Le tracce aerofotografiche di paleodune sepolte mostrano la piana deltizia spingersi fino a 400-500 m dalla linea di costa attuale, alternando fasi di costruzione rapida e fasi di stasi e impantanamento.
I mill. a.C. – XVI sec. d.C.
Non lo sappiamo. Per il lungo intervallo fra gli inizi del I millennio a.C. e il XVI-XVII secolo d.C. non disponiamo di dati sufficienti sull’evoluzione ambientale della piana. È dal XVI-XVII secolo che la ricerca può contare su un dossier cartografico del territorio abbastanza dettagliato. Anche l’assetto del reticolo idrografico, nel lungo periodo, si può per ora solo intuire dalla cartografia storica e dai paleoalvei visibili nelle foto aeree.
XIX sec. – metà XX sec.
La bonifica. Un territorio di transizione fra terra e acque, diventato insalubre e disertato durante la lunga età della Dogana delle pecore, viene reso di nuovo abitabile e produttivo: prosciugamento delle zone umide, colmata di ristagni e paludi con sedimenti fluviali, rettificazione e inalveazione di torrenti e canali, strade, condotte idriche, pozzi.
Il lascito più visibile è la via litoranea delle Saline, diventata la spina dorsale del sistema insediativo e dei paesaggi agrari della costa di Capitanata. È lungo quel tracciato che, dal XVIII-XIX secolo, si aggregano i nuclei originari di Zapponeta e di Saline/Margherita di Savoia: tuttora gli unici abitati di una certa consistenza fra Manfredonia e Barletta.
oggi
Una piana dagli orizzonti ampi, ricca di segni d’acqua, poco popolata e al tempo stesso così intensamente parcellizzata e sfruttata per l’agricoltura da aver perso quasi del tutto ogni elemento di naturalità.
E adesso
Le nove aree campione del survey sono distribuite lungo l’intero arco del golfo proprio per aprire finestre di analisi su tutte e quattro le unità, e per intercettare la dialettica di lunga durata fra l’avanzamento della piana alluvionale e la chiusura progressiva degli ambienti lagunari retrodunali.
Il Blocco n. 1, ricognito fra 2024 e 2025, sta a cavallo delle unità 1 e 4: la linea ferroviaria Foggia-Manfredonia ne segna l’ideale linea di stacco. A nord-ovest il declivio con cui l’altopiano degrada verso il mare, e il plateau calcarenitico che ospitò Sipontum fra il II secolo a.C. e la fine del XIV; a sud-est la piana litoranea con le maglie regolari della bonifica sipontina, il cordone dunare verso il mare e, verso l’interno, la paleo-linea di costa che corre rettilinea fino a Mascherone, dove curva a chiudere una sorta di insenatura.
Testo adattato da Goffredo, R., Lucci, E., Piepoli, L., Ragno, R. 2026. Northern Apulia Coastal Landscape Project. Sistemi ambientali e popolamento costiero tra Neolitico e Medioevo: la piana di Manfredonia. In: Goffredo, R., Fiorentino, G., Favia, P. and Turchiano M. (eds.) ArcheoClima. Cambiamenti climatici e sistemi socio-ecologici della Puglia settentrionale nella lunga durata. Edipuglia, Bari. Figure: elab. R. Goffredo